L’IMPORTANZA DEL DIALETTO SICILIANO

Nel dialetto è la storia del popolo che lo parla; e dal dialetto siciliano, così come dai parlari di esso, è dato apprendere chi furono i padri nostri, che cosa fecero, come e dove vissero, con quali genti ebbero rapporti, vicinanza, comunione.

Così scriveva Giuseppe Pitrè, medico, filologo e studioso di tradizioni popolari, nato a Palermo nel 1841 e morto nel 1916. A lui dobbiamo molte delle nostre conoscenze sulle tradizioni siciliane, grazie alle numerose opere da lui lasciate. I suoi scritti sono famosi per la ricchezza di dettagli ed informazioni sulla Sicilia antica, raccolte con una perizia da vero appassionato. È noto soprattutto per il suo lavoro nell’ambito del folclore regionale, come il più importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari siciliane.

Il dialetto Siciliano e la lingua italiana ebbero origine dal latino medioevale, ovvero il basso latino. Il siciliano però raggiunse forma d’arte prima, come dimostra un singolare documento: una delle porte del duomo di Monreale, quella firmata da Bonanno Pisano (1186), i cui battenti, divisi in quarantadue formelle, riproducono scene bibliche accompagnate da scritte esplicative in volgare.
Vi è poi la testimonianza di Dante che nel “De vulgari eloquentia” scrive: “II volgare siciliano si acquistò fama prima e innanzi agli altri per il fatto che molti poeti indigeni poetavano in siciliano e per il fatto che la corte aveva sede in Sicilia è accaduto che tutto ciò che si è prodotto di poetico prima di noi fu detto siciliano; denominazione che anche noi qui manteniamo e che nemmeno i posteri potranno mutare”. Egli definì tutta la produzione poetica siciliana col nome di “Scuola Siciliana” e affermò che i primi poeti in lingua volgare italiana furono proprio i poeti siciliani appartenenti a questa scuola.
Palermo divenne la culla della poesia siciliana. Tra i più famosi poeti di lingua siciliana troviamo Cielo D’Alcamo, giullare particolarmente colto , che scrisse il celebre componimento “Rosa fresca aulentissima” e Giacomo da Lentini, da molti ritenuto l’inventore del “sonetto”e ritenuto proprio da Dante, il caposcuola della lirica siciliana. Qualche tempo dopo l’influenza della lingua siciliana si espanse anche nel nord Italia, specialmente in Toscana dove si venne a formare una corrente di poeti, i poeti siculo-toscani, che in seguito avrebbe dato origine alla scuola del Dolce stil novo e alla lingua italiana che si affermò come lingua del popolo italiano al contrario del siciliano che fu degradato al ruolo di semplice dialetto regionale.

La conformazione geografica di isola, ha certamente permesso alla lingua siciliana di mantenersi lontano da influenze di confine. Il risultato è una specificità unica della lingua e una certa omogeneità fra i dialetti delle province siciliane, che si distinguono per alcuni tratti fondamentali.
Data la lunga e variegata storia della Sicilia, è difficile distinguere tutte le influenze linguistiche subite dalle lingua siciliana, che ne hanno fatto una lingua unica, personalissima e riconoscibile. Gerald Rohlfs  scrisse: “esiste nell’isola un dialetto unitario”. Le differenze che si possono notare nel lessico derivano quasi esclusivamente dalla presenza più o meno di avanzi del greco e dell’arabo. La lingua siciliana è dunque una lingua stratificata in cui coesistono influenze provenienti dal greco, dal latino, dall’arabo, dal francese, dal catalano, dallo spagnolo e da molti altri idiomi.

I dialetti siciliani si possono quindi dividere in tre zone: siciliano occidentale, diviso tra area palermitana, trapanese e agrigentina; siciliano centrale, diviso tra le aree nisseno-ennese, agrigentina orientale e delle Madonie; e siciliano orientale, diviso in area siracusano-catanese, nord orientale, messinese e sud orientale.

Il dialetto siciliano oggi è correntemente parlato da circa 5 milioni di persone in Sicilia, oltre che da un numero imprecisato di persone emigrate o discendenti da emigrati delle aree geografiche dove il siciliano è madrelingua, in particolare quelle trasferitesi nel corso dei secoli passati negli USA (dove addirittura si è formato il Siculish), in Canada, in Australia, in Argentina, in Belgio, in Germania e nella Francia meridionale.
L’uso del siciliano è altresì molto diffuso sia come lingua familiare che come lingua conviviale tra persone in stretta relazione, e presenta una produzione letteraria piuttosto viva, soprattutto nel campo della poesia.

In tempi recenti il dialetto siciliano è salito nuovamente alla ribalta grazie ad autori come PirandelloVerga, Capuana, il grande poeta dialettale Ignazio Buttitta fino al contemporaneo Andrea Camilleri.

Una lingua, mille culture: la lingua siciliana è stata dichiarata dall’UNESCO “lingua madre”. Il siciliano infatti, oltre a tutte le varianti dialettali dell’isola, include i dialetti della Calabria centro-meridionale e quelli salentini ed è correntemente parlato da più di 5 milioni di siciliani e da moltissimi emigrati (o loro discendenti) che vivono da più di un secolo lontano dalla loro terra d’origine.
Nella nostra terra, ad esempio, si hanno tracce dei poemi cavallereschi non solo attraverso l’Opera dei Pupi. Nel siciliano parlato infatti, soprattutto nei modi di dire, vi sono delle espressioni che si ricollegano proprio all’epoca carolingia. Detti molto conosciuti e utilizzati tutt’oggi sono ad esempio espressioni come Semu a cavaddu! ovvero “Siamo a posto” (sottinteso: come un cavaliere in groppa al suo cavallo) o Viri ca fazzu l’opira con il significato di “attento, che faccio l’opera [dei pupi]” (attento, che faccio una gran scenata!).

Parole ereditate dalla dominazione araba (IX – XI secolo a.C.) sono dammusu (soffitta) [arabo: damús] o gebbia (ricetto d’acqua, vasca) [arabo: dijeb] mentre derivanti dallo spagnolo e dal catalano sono i termini come zita (fidanzata) [spagnolo: cita (appuntamento)] o sgarrari(sbagliare) [catalano: esgarrar]. Ed ancora.. francesi sono i termini dialettali travagghiari(lavorare) [francese: travailler] o custureri (sarto) [francese: costurier].

Insomma, questa piccola lista di esempi ci fa capire come la lingua siciliana rappresenti un patrimonio intangibile davvero unico che non deve andare assolutamente perso.

La multiculturalità, presente tanto nei beni materiali quanto in quelli immateriali, è da sempre uno dei valori aggiunti della Sicilia.

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